La tua amica è incinta… e indovina di chi?

Rita era appoggiata allo stipite della porta della camera da letto, con il bicchiere di prosecco quasi finito stretto tra le dita. In salotto la festa continuava tra musica, risate e piatti che tintinnavano, ma lì dentro l’aria sembrava immobile, densa, quasi pesante da respirare.

Marina si bloccò con il rossetto a metà del gesto. Nel riflesso dello specchio vedeva una donna di trent’anni vestita con eleganza, ma in quel momento si sentiva fragile, come se qualcosa dentro di lei stesse per incrinarsi.

— Rita, se sei venuta solo per rovinarmi la serata perché papà mi ha regalato un viaggio e a te no, stai esagerando — disse piano, cercando di non far tremare la voce.

La sorella entrò senza fretta e scosse la testa.

— Lascia perdere il viaggio. Io ieri ho visto tuo marito con Катя… nel reparto per la casa. Stavano scegliendo una culla. E non mi è sembrata una semplice uscita tra colleghi. Lei sembrava al quarto mese.

Marina abbassò lentamente la mano. Il nome di Katja le rimbalzò nella mente con un fastidio sordo. Era la sua amica più fidata, presente da anni, quella che l’aveva accompagnata anche nella scelta del vestito. E proprio lei, pochi giorni prima, si era lamentata di una strana debolezza, di un malessere difficile da spiegare.

«Li ho visti insieme, troppo vicini per essere una coincidenza. E Oleg era felice. Troppo felice», aggiunse Rita, con voce più bassa ma ferma.

Marina uscì nel corridoio con le gambe che sembravano non reggerla. Oleg stava chiudendo la porta d’ingresso con in mano un grande mazzo di gigli, i suoi preferiti. Quando la vide, le sorrise con quella dolcezza che un tempo le aveva fatto perdere la testa.

— Guarda cosa è arrivato per te — disse lui. — Non c’era nessun biglietto. Che sorpresa, vero?

— Oleg, dobbiamo parlare. Subito. Nel tuo studio.

Lui rimase interdetto, ma la seguì. La stanza era piena di libri e silenzio. Marina non girò intorno alla questione.

— Rita ti ha visto con Katja. Ieri. In un negozio di arredamento per bambini. È vero?

Per qualche secondo nessuno parlò. Oleg si sedette, poi si rialzò, come se il corpo non sapesse come reagire.

— Volevo dirtelo, ma non sapevo quando…

— Quando? Dopo il compleanno? Dopo che mi avresti sorriso davanti a tutti fingendo che andasse tutto bene?

La verità cadde addosso a Marina con un peso improvviso. Il marito ammise che la relazione con Katja andava avanti da mesi e che lei aspettava un bambino. Disse anche che con lei si era sentito libero, lontano da anni di visite mediche, attese e speranze infrante.

  • sette anni di matrimonio
  • cinque anni di cure e attese
  • mesi di bugie nascoste dietro sorrisi normali

La parte peggiore non fu solo l’infedeltà, ma il pensiero che Katja fosse entrata nella sua casa, avesse bevuto il tè con lei, l’avesse consolata, mentre tutto era già successo.

Quando Katja bussò alla porta con tono esitante, Marina aprì e la trovò pallida, con il viso teso e lo sguardo incerto. La ragazza cercò di giustificarsi, ma le parole suonarono vuote.

— È stato un errore… una sola notte… eravamo confusi…

— Una notte? — Marina incrociò le braccia. — Oleg parla di mesi. Non importa. Siete stati entrambi capaci di mentirmi mentre io cercavo di restare in piedi.

Katja confessò di essere al sedicesimo mese? No, al sedicesimo settimana di gravidanza, e disse che avrebbe tenuto il bambino. Oleg, in silenzio, non la smentì.

«Avete già deciso tutto, vero? Proprio il giorno del mio compleanno. Un regalo davvero impeccabile», mormorò Marina, con una calma gelida.

Oleg provò a rimandare il confronto al giorno dopo, ma Marina non accettò più rinvii. Li mandò via entrambi. Prima Katja, poi lui. Gli disse di prendere le sue cose essenziali e di lasciare il resto per più tardi. Quando lui cercò di accusarla di esagerare, lei non cedette.

— Una sciarra è dimenticare il pane giusto. Quello che avete fatto voi è tradire, scegliere un’altra vita e nascondermela per mesi. Vai da lei. Avete già scelto la culla; ora scegliete anche dove stare.

Oleg se ne andò dopo poco, lasciando dietro di sé il rumore delle porte, delle spiegazioni date agli ospiti e un vuoto nuovo, ma finalmente pulito. Rita tornò nell’ultima parte della serata e abbracciò la sorella senza dire nulla.

Più tardi, Marina guardò i gigli troppo profumati, li portò sul balcone e li lasciò lì, nel vento fresco di primavera. Poi si voltò verso il soggiorno, respirò a fondo e sentì per la prima volta una sensazione inattesa: sollievo.

— Domani chiamo un avvocato — disse. — E stanotte niente lacrime. Ordiniamo una pizza, apriamo il vino di papà e facciamo come se il mio vero compleanno iniziasse adesso.

Rita sorrise, e quella volta Marina rise davvero, senza sforzo. Si tolse i tacchi, li lasciò vicino alla porta e andò in cucina con la leggerezza di chi ha appena smesso di trattenere un peso troppo grande. Sapeva che la separazione, i documenti e i pettegolezzi non sarebbero stati semplici, ma aveva compiuto il passo più importante: aveva scelto se stessa. E, per la prima volta dopo anni, quella scelta le sembrava finalmente giusta.

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